Il paradosso: perché chi rischia di più dal cambiamento climatico si oppone alla transizione.

Il cambiamento climatico presenta una marcata dimensione distributiva: gli effetti degli eventi estremi, dell'aumento delle temperature, dell'insicurezza energetica e del deterioramento degli ecosistemi tendono a gravare maggiormente sugli strati sociali più poveri e per questo dotati di minori capacità economiche, patrimoniali e istituzionali di adattamento. Ciò nonostante, una forte resistenza alle politiche climatiche emerge proprio nelle categorie sociali e nei territori potenzialmente più vulnerabili agli effetti della crisi ambientale. Il presente contributo ha l’intento di dimostrare come la sostenibilità non possa essere ridotta alla sola dimensione ambientale, ma richieda l'integrazione tra limiti ecologici, giustizia sociale, responsabilità intergenerazionale, sviluppo economico e qualità istituzionale. Sulla base della letteratura recente sulla climate policy acceptance, sulla carbon taxation e sulla just transition, si può agevolmente sostenere che la crisi di consenso verso alcune politiche green derivi in misura rilevante dalla separazione tra i benefici diffusi e differiti della decarbonizzazione e i costi immediati e concentrati della transizione. La percezione di equità assume pertanto un ruolo determinante. Una transizione ecologica per essere politicamente sostenibile deve configurarsi come politica redistributiva, territoriale e sociale, trasformando il Green Deal da insieme di vincoli a progetto di riduzione delle vulnerabilità.

Parole chiave: cambiamento climatico; Green Deal; civiltà sostenibile; giustizia climatica; disuguaglianze; transizione giusta; carbon pricing (sistema economico che assegna un costo alle emissioni di gas serra, in particolare di anidride carbonica (CO₂), per spingere aziende e governi a ridurre l'inquinamento); consenso sociale.

1. Introduzione: un paradosso solo apparente.

Uno dei fenomeni più interessanti dell'attuale transizione ecologica è rappresentato dalla distanza che può determinarsi tra vulnerabilità climatica e consenso alle politiche climatiche. A prima vista ci si potrebbe attendere che i gruppi maggiormente esposti alle conseguenze economiche e sociali del cambiamento climatico siano anche i più convinti sostenitori delle misure adottate per contrastarlo. Eppure, alcune delle manifestazioni più rilevanti di opposizione a specifiche politiche climatiche interessano territori rurali, aree periferiche, lavoratori dei settori maggiormente coinvolti dalla riconversione produttiva e famiglie particolarmente sensibili all'aumento dei costi energetici e della mobilità (Hope et al., 2026; Halikiopoulou et al., 2026). Il fenomeno si verifica nonostante l'IPCC evidenzia da tempo come vulnerabilità economiche, sociali e istituzionali preesistenti amplifichino l'esposizione agli impatti climatici (IPCC, 2023) e la World Bank metta in relazione la povertà alla vulnerabilità agli shock climatici, evidenziando come il deterioramento delle condizioni ambientali possa ostacolare la riduzione della povertà e la prosperità condivisa (World Bank, 2024).

Nasce così una domanda apparentemente paradossale: perché chi rischia di subire maggiormente le conseguenze della crisi climatica si oppone alle politiche progettate per contrastarla?

Una possibile risposta consiste nel riconoscere che il cittadino non valuta soltanto il beneficio ambientale finale di una politica ma valuta anche le seguenti opzioni: chi sostiene il costo della trasformazione; quando tale costo si manifesta; quali alternative sono concretamente disponibili; infine, chi effettua il sacrificio maggiore. Quanto appena detto prospetta uno scenario diverso: l'opposizione a determinate componenti della transizione verde non deve essere necessariamente interpretata come opposizione all'obiettivo ambientale ma come una reazione alla distribuzione percepita dei costi della transizione.

2. Impostazione teorica e metodologica.

A questo punto l’analisi di concentra su quattro dimensioni principali:

  1. distribuzione sociale degli impatti climatici;
  2. distribuzione dei costi delle politiche di mitigazione;
  3. ruolo dell'equità percepita nel consenso alle politiche climatiche;
  4. relazione tra transizione ecologica, lavoro e protezione sociale.

La cornice interpretativa principale è considerare la sostenibilità come integrazione strutturale delle dimensioni ambientale, economica e sociale (Raccio, 2026). In questa prospettiva, la questione climatica non può essere analizzata soltanto attraverso gli indicatori delle emissioni; occorre interrogarsi contestualmente sulla distribuzione dei rischi, sulla capacità differenziale di adattamento, sull'accesso alle tecnologie, sulle opportunità occupazionali e sulla capacità dei diversi gruppi sociali di partecipare alle trasformazioni richieste.

3. Il cambiamento climatico non è socialmente neutrale.

La giustizia ambientale viene ricondotta alle profonde differenze esistenti nella distribuzione dei benefici e dei costi ambientali tra Paesi, territori e gruppi sociali. Un evento climatico può avere una stessa origine fisica, ma conseguenze sociali radicalmente differenti: un'ondata di calore non produce gli stessi effetti su chi dispone di un'abitazione efficiente, climatizzazione, possibilità di lavorare da remoto e assistenza sanitaria rispetto a chi vive in un alloggio sovraffollato, lavora all'aperto o perde reddito quando interrompe l'attività; un'alluvione colpisce in maniera diversa chi dispone di risparmi, assicurazioni e patrimonio diversificato rispetto a chi concentra la propria ricchezza nell'unica abitazione posseduta. Anche l'aumento dei prezzi alimentari conseguente a eventi climatici avversi presenta effetti distributivi differenti: quanto minore è il reddito, tanto più tende ad essere destinato esclusivamente ai consumi essenziali.

La crisi ecologica funziona, quindi, come moltiplicatore delle disuguaglianze e il concetto di povertà deve essere, in questa prospettiva, ampliato. Essere povero non significa soltanto disporre di un reddito insufficiente, significa anche possedere una minore capacità di proteggersi dagli shock climatici, vivere più frequentemente in abitazioni inefficienti o territori fragili, avere meno accesso ai servizi e disporre di minori risorse finanziarie, informative e politiche per reagire agli eventi avversi.

La vulnerabilità climatica diventa pertanto una componente della povertà.

Vi è inoltre un secondo elemento di ingiustizia: le categorie dotate di minori capacità economiche possono contribuire relativamente poco al superamento dei problemi posti dalla crisi climatica e, contemporaneamente, possedere minori capacità di proteggersi dalle sue conseguenze, subendo di più gli effetti negativi e difendendosi di meno.

Da questo punto di vista, il contrasto al cambiamento climatico dovrebbe essere inserito tra le politiche di protezione dei soggetti vulnerabili insieme, ad esempio, alle politiche di incremento del reddito.

4. La distinzione fondamentale: costo del cambiamento climatico e costo della transizione.

Il paradosso emerge quando si passa dall'analisi degli effetti climatici all'analisi degli strumenti utilizzati per ridurli in quanto i costi del cambiamento climatico, così come i costi delle politiche climatiche, possono essere fortemente regressivi, soprattutto se gli strumenti vengono progettati senza adeguati meccanismi redistributivi.

La letteratura più recente ha evidenziato come gli effetti distributivi della transizione energetica possano differire significativamente tra famiglie, lavoratori e territori e come, ad esempio, le popolazioni rurali possano risultare particolarmente sensibili all'aumento dei prezzi dei combustibili a causa della maggiore dipendenza dall'automobile e della minore disponibilità di alternative di trasporto (Hodok & Kozluk, 2024).

Il problema non è quindi necessariamente la finalità della politica climatica ma la sua incidenza distributiva. Una famiglia benestante può sostituire un'automobile, installare una pompa di calore, coibentare un'abitazione o anticipare il capitale necessario per un impianto fotovoltaico. Una famiglia a basso reddito può non avere accesso allo stesso investimento, anche quando esso risulterebbe economicamente conveniente nel lungo periodo.

Si determina così un primo paradosso: chi avrebbe maggiormente bisogno dei risparmi prodotti dalla transizione può incontrare le maggiori difficoltà ad accedere agli investimenti necessari per ottenerli.

È un meccanismo già riconoscibile nel comportamento dei consumatori: il costo iniziale, la disponibilità dell'alternativa, le abitudini, le informazioni e la fiducia possono impedire l'adozione di una soluzione sostenibile anche quando questa risulti razionalmente vantaggiosa nel ciclo di vita (Raccio, 2026). La stessa logica può essere estesa alle politiche pubbliche. Non è sufficiente rendere costosa la soluzione ambientalmente peggiore, occorre rendere accessibile quella migliore.

5. Perché l'equità percepita conta più di quanto immaginiamo.

La letteratura scientifica sulla pubblica accettazione delle politiche climatiche fornisce una spiegazione particolarmente importante: la percezione di equità insieme alla percezione di efficacia delle politiche figurano tra le principali determinanti del consenso nei confronti delle tasse e delle norme climatiche.

Il risultato è rilevante perché sposta l'attenzione su fatto che il cittadino non si domanda soltanto se una determinata politica sia in grado di ridurre le emissioni, ma si domanda anche se essa sia giusta e, più precisamente, se sia giusto che sia lui a pagarne il costo. Questo consente di reinterpretare l'opposizione alle politiche ambientali, passando da “non voglio proteggere l’ambiente” a “non considero giusto il modo in cui mi viene chiesto di farlo”.

La differenza è enorme, in quanto nel primo caso il problema sarebbe principalmente culturale o informativo, nel secondo è istituzionale e distributivo.

6. Benefici invisibili, costi visibili.

Esiste inoltre una profonda asimmetria temporale in quanto il beneficio prodotto dalla riduzione delle emissioni è generalmente diffuso, collettivo e differito. Il costo di una nuova tassa, di una bolletta, della sostituzione di un'automobile o dell'adeguamento energetico di un'abitazione è invece immediato, individuale e facilmente quantificabile.

In termini pratici: i benefici della transizione possono essere lontani; i costi arrivano immediatamente.

Questo contribuisce a spiegare perché anche persone seppur convinte della necessità di combattere il cambiamento climatico possano opporsi a uno specifico strumento.

Non esiste, dunque, necessariamente una contraddizione e i dati lo mostrano con particolare chiarezza: nel 2025, l'85% dei cittadini dell'Unione europea considerava il cambiamento climatico un problema serio e l'81% sosteneva l'obiettivo europeo della neutralità climatica entro il 2050 (European Commission, 2025). Il consenso generale sull'obiettivo climatico può quindi coesistere con la contestazione delle modalità attraverso cui raggiungerlo. Questa distinzione tra obiettivo e strumento è essenziale per comprendere le politiche della transizione.

7. Le periferie contro i centri.

La variabile territoriale aggiunge un'altra dimensione. Infatti, nelle aree rurali la percezione di essere trattati in maniera svantaggiosa dallo Stato riduce la percezione del senso di equità attribuita alle tasse ambientali e, conseguentemente, il sostegno alle stesse. Il fenomeno non riguarda solo il livello reddituale dei cittadini che vivono nelle periferie o in luoghi lontani dalle grandi metropoli poiché chi vive in un territorio periferico può percepire che le istituzioni gli chiedano sacrifici senza avergli precedentemente garantito infrastrutture equivalenti a quelle disponibili altrove. 

Il problema della mobilità ne costituisce un esempio intuitivo: ridurre l'utilizzo dell'automobile ha un significato completamente diverso per chi vive in una grande area metropolitana dotata di metropolitana, autobus, servizi ferroviari e sharing mobility e per chi risiede in un comune nel quale l'automobile rappresenta l'unico mezzo concretamente utilizzabile per raggiungere il lavoro, una scuola o un ospedale.

La prescrizione ambientale può essere formalmente identica ma la libertà sostanziale di rispettarla non lo è.

La letteratura più recente ha individuato, non a caso, l'emergere di nuove fratture territoriali nelle preferenze politiche relative alla transizione verde. Halikiopoulou, Vrakopoulos e Arndt (2026) hanno analizzato la relazione tra geografia elettorale, sostegno alle politiche verdi e crescita delle formazioni della destra radicale nell'Europa occidentale, evidenziando l'importanza crescente della contrapposizione tra aree metropolitane e territori periferici. Ridurre questo fenomeno a semplice ignoranza ambientale sarebbe analiticamente debole, in quanto si tratta anche di una questione di distribuzione territoriale delle opportunità.

8. Quando l'ambientalismo viene percepito come un’attività di élite.

A questa dimensione economica se ne aggiunge una culturale. La transizione ecologica è spesso rappresentata attraverso comportamenti quali automobile elettrica, casa energeticamente efficiente, prodotti biologici, tecnologie domestiche avanzate, mobilità sostenibile e consumi certificati. Molte di queste soluzioni sono ineccepibili ma richiedono capitale, infrastrutture o entrambe le cose. La sostenibilità rischia così di assumere, nell'immaginario collettivo, le caratteristiche di attività riservata alle élite; non più un diritto collettivo, ma uno stile di vita che solo chi possiede le risorse necessarie per praticarlo può permettersi. Ed è proprio in questo spazio simbolico che può svilupparsi la rappresentazione dell'ambientalismo come ideologia “radical chic”.

Ora, il punto scientificamente rilevante non consiste nello stabilire se tale rappresentazione sia vera o sia falsa, ma nel fatto che venga percepita come credibile da una parte della popolazione. In questo secondo caso, infatti, una politica può anche essere progettata nell'interesse generale e perdere comunque consenso in quanto viene associata culturalmente a un gruppo sociale percepito come distante. La transizione diventa allora terreno di conflitto identitario e ciò che nasce come problema ambientale si trasforma in una frattura politica sottoposta alla mannaia ideologica.

9. Il lavoro come infrastruttura della transizione.

Un ulteriore elemento riguarda il lavoro poiché una transizione giusta si ha quando si trasforma sotto l’egida dell’equità intergenerazionale e intragenerazionale anche il modo attraverso cui produciamo, distribuiamo, ci muoviamo e abitiamo il pianeta, poiché creare nuovi vincitori e a discapito di nuovi vinti rischia semplicemente di riconfigurare in altro modo il conflitto sociale invece di risolverlo (Raccio, 2026). Questa prospettiva è coerente con le Linee guida dell'International Labour Organization, che collegano la transizione giusta al lavoro dignitoso, al dialogo sociale, alla protezione sociale, alla formazione e allo sviluppo delle competenze (ILO, 2015). Dire che la transizione “creerà nuovi posti di lavoro” è insufficiente. Bisogna interrogarsi su quali lavori, per quali persone, in quali territori e in quali tempi, poiché non si può affermare che un posto di lavoro che scompare oggi in un determinato territorio industriale venga automaticamente compensato dalla creazione, tra cinque anni, di un'occupazione green in un'altra regione. La perdita è specifica mentre il beneficio è aggregato. Di conseguenza, una politica climatica non può essere considerata socialmente sostenibile semplicemente perché produce un saldo occupazionale aggregato positivo ma deve indagare sulla distribuzione delle perdite e sulla creazione delle opportunità. 

10. Dal Green Deal al Social Green Deal.

La sostenibilità richiede, allora, due forme di giustizia simultanee: giustizia intergenerazionale e giustizia intragenerazionale. La prima impone di non compromettere le condizioni che permetteranno alle generazioni future di soddisfare i propri bisogni. La seconda impone di non distribuire in maniera sistematicamente iniqua costi e benefici all'interno della generazione presente. Una politica che protegge il futuro trasferendo sproporzionatamente il costo sui soggetti socialmente più deboli entra in contraddizione con la natura multidimensionale della sostenibilità. Da qui deriva un principio di coerenza tra fini e mezzi: un obiettivo ambientalmente sostenibile non può essere perseguito attraverso strumenti insostenibili dal punto di vista sociale. Ciò non significa rinunciare agli strumenti economicamente efficaci ma significa correggerne gli effetti distributivi.

La questione fondamentale non consiste, pertanto, nello scegliere tra tutela dell'ambiente, tutela delle produzioni e tutela sociale ma nel costruire politiche capaci di farle coincidere. Un possibile sviluppo del Green Deal è quello di essere interpretato come passaggio verso un Social Green Deal, nel quale le politiche climatiche assumano esplicitamente anche una funzione redistributiva. Carbon pricing, standard emissivi, efficienza energetica e trasformazione della mobilità sono strumenti necessari ma devono essere accompagnati da misure che differenzino il sostegno in funzione delle reali capacità economiche e territoriali dei destinatari. La letteratura sul carbon pricing mostra che le modalità di utilizzo delle entrate possono incidere sull'accettabilità delle misure e che meccanismi di revenue recycling possono contribuire alla costruzione del consenso (Klenert et al., 2018; Beiser-McGrath & Bernauer, 2019; Carattini et al., 2018).

La questione non è quindi soltanto quanto tassare, ma anche come restituire, compensare e investire.

Una politica coerente con il paradigma della civiltà sostenibile dovrebbe, ad esempio:

  • concentrare gli interventi di efficienza energetica sulle abitazioni delle famiglie più vulnerabili;
  • differenziare gli incentivi volti alla sostituzione delle tecnologie in funzione del reddito;
  • investire nel trasporto pubblico delle periferie e delle aree interne prima di penalizzare economicamente l'uso dell'automobile;
  • utilizzare una parte delle entrate del carbon pricing per proteggere i gruppi maggiormente esposti;
  • accompagnare la riconversione industriale con politiche attive del lavoro, formazione e investimenti nei territori interessati;
  • considerare l'accessibilità economica delle alternative come parte integrante della progettazione ambientale.

Anche la logica comunicativa dovrebbe cambiare di conseguenza; non: “devi pagare di più perché inquini”; ma: “ti aiutiamo a dipendere meno da ciò che inquina, costa e ti rende vulnerabile”.

11. Dalla politica del sacrificio alla politica dell'emancipazione.

Una parte del problema riguarda infine il modo in cui la transizione viene raccontata. Il lessico utilizzato è frequentemente quello della rinuncia: consumare meno, guidare meno, utilizzare meno combustibili fossili, modificare l'alimentazione, sostituire tecnologie, sostenere nuovi costi. Anche quando queste indicazioni sono razionalmente fondate, la narrazione complessiva rischia di trasformare la sostenibilità in una politica del sacrificio. La letteratura più recente offre un'indicazione interessante: analizzando dati di alcuni importanti Paesi europei, si rileva che il sostegno alle politiche climatiche è associato in maniera particolarmente forte alla percezione dei loro benefici. Ne deriva che la transizione non dovrebbe essere comunicata soltanto attraverso ciò che è necessario abbandonare, ma attraverso ciò che è possibile ottenere: abitazioni che consumano meno; minore esposizione alla volatilità dei combustibili fossili; aria più pulita; mobilità più efficiente; territori più resilienti; innovazione; occupazione qualificata; maggiore autonomia energetica; minore vulnerabilità delle famiglie agli shock.

La sostenibilità può così trasformarsi da ecologia della rinuncia in politica dell'emancipazione dalla vulnerabilità; ed è soprattutto per le fasce socialmente più fragili che questo cambiamento di prospettiva assume grande rilevanza.

12. Conclusioni.

Il paradosso dal quale siamo partiti è, dunque, meno contraddittorio di quanto sembri.

Le categorie socialmente più vulnerabili possono avere maggiormente bisogno dell'azione climatica e, contemporaneamente, opporsi ad alcuni degli strumenti utilizzati per realizzarla non perché siano necessariamente contrarie alla tutela ambientale ma perché possono considerare ingiusto il modo in cui vengono distribuiti i costi della trasformazione.

La distinzione è fondamentale in quanto interpretare ogni opposizione alle politiche climatiche come semplice conseguenza di scarsa informazione, populismo o arretratezza culturale significa ignorare il problema distributivo.

Tuttavia, utilizzare il disagio sociale come argomento per rinviare la decarbonizzazione produce l'errore opposto: dimentica che gli effetti del cambiamento climatico saranno essi stessi profondamente regressivi.

Una civiltà sostenibile richiede di superare entrambe le posizioni.

La politica climatica non può essere soltanto politica delle emissioni ma anche politica industriale, energetica, territoriale, del lavoro e della redistribuzione. Deve riconoscere i limiti planetari, ma anche le disuguaglianze nelle possibilità di vivere entro quei limiti. Deve, infine, proteggere chi verrà domani senza sacrificare gli strati sociali che oggi sono più fragili.

Il successo del Green Deal non dovrebbe pertanto essere misurato soltanto attraverso la riduzione delle tonnellate di CO₂ ma anche attraverso la sua capacità di ridurre le vulnerabilità, ampliare le opportunità e costruire il consenso intorno a un progetto di trasformazione percepito come equo da tutta la società e non solo da una parte di essa.

La sostenibilità non si affermerà quando avremo convinto la parte della società più vulnerabile ad accettare il costo della transizione.  Si affermerà quando avremo costruito una transizione nella quale proprio le persone fragili avranno più da guadagnare che da perdere.

A quel punto combattere il cambiamento climatico non apparirà più come il privilegio di chi può permetterselo ma diventerà ciò che dovrebbe essere: una politica di sicurezza, giustizia e libertà per chi dispone di minori strumenti per difendersi dai rischi del futuro. Ed è questo, in ultima analisi, uno dei significati più concreti del passaggio dal paradigma teorico all’ azione concreta.

Bibliografia

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