Lavoro dignitoso e transizione giusta

Se potessimo riassumere la transizione ecologica con una sola parola, essa sarebbe: lavoro. Perché la transizione è, prima di tutto, una trasformazione dei modi in cui produciamo, distribuiamo, ci spostiamo, abitiamo, coltiviamo etc.; e tutto ciò passa attraverso il lavoro. Il rischio più grande è pensare alla transizione come ad una sostituzione tecnica, dal fossile al rinnovabile, senza considerare la dimensione umana. Tuttavia una trasformazione, di qualsivoglia tipo, che produce nuovi vincitori e nuovi vinti, che lascia comunità intere senza prospettive, che spinge persone già vulnerabili verso precarietà o marginalità, non è una transizione sostenibile ma è semplicemente riconfigurazione del conflitto. Per questo la nozione di transizione giusta è diventata centrale nelle agende internazionali. Le Guidelines for a just transition dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) lo dicono con sobrietà istituzionale ma con una portata sociale netta: l’azione climatica può creare opportunità economiche e occupazionali, ma solo se è progettata insieme a protezione sociale, politiche attive, diritti, dialogo sociale e sviluppo delle competenze; altrimenti, la promessa green rischia di diventare un dispositivo regressivo. Ma quando parliamo di lavoro dignitoso non parliamo solo di aumenti occupazionali, parliamo anche di significative condizioni di sicurezza, di salari equi, di diritti, di formazione e di adeguata rappresentanza. In una società che chiede sacrifici e cambiamenti, la dignità è ciò che trasforma l’obbligo in partecipazione. Quando le persone percepiscono di essere parte di un patto equo, accettano più facilmente la complessità della transizione; quando, invece, sentono di essere un agnello sacrificabile, la transizione diventa terreno fertile per sfiducia e reazioni identitarie. Qui entra in gioco un aspetto spesso trascurato: la transizione non riguarda solo i settori green, ma anche quelli tradizionali che devono ristrutturarsi, (energia, trasporti, manifattura, agricoltura) e quelli riguardanti la cura delle persone (sanità, assistenza, educazione), che saranno sempre più sollecitati dagli impatti climatici e sociali. La crisi climatica, infatti, è anche una crisi di lavoro: stress da calore, eventi estremi, migrazioni, nuove malattie, infrastrutture danneggiate, catene di fornitura instabili, sono solo alcuni dei numerosissimi esempi del fatto che mitigazione e adattamento sono inseparabili dall’equità: le politiche efficaci sono quelle che integrano giustizia, riduzione delle vulnerabilità e capacità istituzionale.

Una transizione giusta, dunque, richiede almeno quattro elementi.

    Protezione. Nessuno dovrebbe essere lasciato indietro in nome del futuro. Ammortizzatori, redditi di transizione, politiche attive del lavoro e servizi di ricollocazione non sono costi, ma condizioni di legittimità.

    Competenze. La formazione è il ponte fra un paradigma economico che muore ed un altro che nasce. Tuttavia, la formazione non può essere una responsabilità individuale scaricata su chi ha meno tempo e risorse: deve essere un investimento pubblico e collettivo, progettato con le imprese ed i territori.

    Partecipazione. La transizione giusta non è un decreto che può emanare qualsiasi Governo: è un processo. Il coinvolgimento di lavoratori, sindacati, comunità locali e imprese aumenta l’aderenza delle politiche e riduce il rischio di decisioni astratte e calate dall’alto.

    Qualità del lavoro. Se i green jobs diventano un nuovo bacino di precarietà, la transizione fallisce moralmente e politicamente. Non basta che un lavoro sia ecosostenibile, deve essere dignitoso.

È significativo che, nelle discussioni più recenti, emerga con forza la dimensione generazionale: i giovani vengono spesso descritti come destinatari naturali della transizione, ma in realtà ne sono anche il gruppo più esposto in termini di precarietà. Un policy brief dell’ILO, A just transition with and for youth, dedicato a giovani e alla transizione giusta, richiama l’urgenza di garantire che i lavori green siano lavori di qualità, con salari equi e buone condizioni in quanto proprio attraverso il livello di qualità del lavoro una società dichiara, concretamente, quanto vale una persona. Una transizione giusta è quella che non usa gli esseri umani come materiale di scarto per correggere un sistema che, per decenni, ha trattato la natura allo stesso modo.

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