Acqua, suolo e biodiversità: il mosaico della crisi ecologica.

Quando si parla di “crisi ambientale” si tende, quasi per riflesso, a pensare al cambiamento climatico, alle curve delle emissioni, agli scenari di aumento della temperatura media globale, alle conferenze internazionali che si susseguono in un lessico sempre più tecnico e insieme sempre più ansiogeno. Ma se proviamo a rallentare lo sguardo, a spostarlo dai grafici alle trame concrete dei paesaggi che abitiamo, ci accorgiamo presto che il clima è solo uno dei volti di una trasformazione più ampia, che si manifesta in maniera forse meno spettacolare, eppure intimamente più vicina alla nostra esperienza quotidiana: la rarefazione delle forme di vita che ci circondano, l’acqua che diventa intermittente o inquinata, i suoli che perdono struttura, fertilità, memoria. È da qui che prende forma il mosaico della crisi ecologica; non si può parlare più, infatti, di un unico cataclisma uniforme, ma una combinazione di tessere composte da tre macro aggregati: biodiversità, acqua e suolo.  Esse, viste da vicino, raccontano l’intreccio fra modelli di sviluppo, ingiustizie sociali ed etiche della relazione con la natura. In questa prospettiva, parlare di acqua, suolo e biodiversità non significa limitarsi a elencare problemi ambientali, ma interrogarsi su un certo modo di stare al mondo, di concepire la prosperità e il benessere, di distribuire vantaggi e svantaggi tra le persone, i territori, le specie viventi e vegetali, ed infine, tra le generazioni.

La tessera forse più dolorosa di questo mosaico è la perdita di biodiversità. Il Rapporto globale della Piattaforma intergovernativa di politica scientifica per la biodiversità e i servizi ecosistemici (IPBES) del 2019 ci ha consegnato un numero che, se non fosse così drammaticamente documentato, sembrerebbe un’iperbole eccessiva: circa un milione di specie animali e vegetali è oggi minacciato di estinzione, molte nel corso dei prossimi anni, a causa dell’azione combinata di distruzione degli habitat, sfruttamento eccessivo del suolo, inquinamento e cambiamento climatico; un tasso di estinzione decine o centinaia di volte superiore al ritmo “di fondo” che caratterizza la storia geologica del pianeta. Pur non volendo parlare di “sesta estinzione di massa” di origine antropica, ciò che emerge con chiarezza è che stiamo comprimendo, in pochi decenni, una perdita di diversità biologica che in passato richiedeva tempi immensamente più lunghi, e che lo stiamo facendo in modo selettivo: colpiscono per primi gli ambienti già marginali e le forme di vita che non hanno un “valore di mercato” diretto. Potremmo dire che l’umanità sta diventando il principale fattore di semplificazione della vita: foreste tropicali convertite in monoculture estensive, mosaici agro-pastorali trasformati in superfici uniformi di cemento o asfalto, fiumi canalizzati e privati dei loro margini per scopi antropici. Tuttavia, ogni frammento di habitat distrutto è un taglio nella trama di relazioni che collega specie, paesaggi, culture; la biodiversità, infatti, non è soltanto un dato biologico: nelle storie delle comunità locali, nelle lingue indigene, nella memoria dei contadini, ogni pianta, ogni animale, ogni combinazione di suolo e acqua porta con sé un patrimonio di significati, usi, simboli. Quando scompare una specie, spesso non scompare da sola: con essa si indeboliscono forme di sapere tradizionale, pratiche di cura del territorio, immaginari di appartenenza. Questo impoverimento culturale e relazionale colpisce più duramente chi dispone di meno risorse per sostituire, con tecnologie costose, funzioni che prima venivano svolte gratuitamente dall’ecosistema; si pensi, per fare qualche esempio, all’impollinazione dei raccolti, alla regolazione delle acque, alla protezione dalle frane, ed alla fertilità dei suoli. Non è un caso che il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, approvato nel 2022 nel quadro della Convenzione sulla Diversità Biologica, abbia fissato un obiettivo che suona tanto tecnico quanto evocativo: “arrestare e invertire” la perdita di biodiversità entro il 2030, proteggendo efficacemente almeno il 30% delle aree terrestri e marine, il famoso target 30x30, e restaurando un’ampia quota di ecosistemi degradati. Dietro la formula 30x30, tuttavia, si nasconde una questione sia  etica che politica: quali territori verranno protetti, chi deciderà come gestirli, quali comunità dovranno adattarsi a nuovi vincoli, chi beneficerà delle risorse economiche legate alla conservazione? La conservazione della natura, se non è accompagnata da attenzione alle ingiustizie storiche (colonialismo, espropriazioni, marginalizzazione delle popolazioni indigene, etc.) rischia di trasformarsi in una nuova forma di esclusione “verde”. È per questo che molti documenti recenti insistono sulla necessità che le nuove aree protette siano “inclusive, eque ed efficaci”, riconoscendo i diritti e il ruolo delle comunità locali nella cura dei territori. La biodiversità, allora, non è solo qualcosa da salvare “per il bene del pianeta”: è l’occasione per ripensare in chiave relazionale la giustizia, includendo nei nostri orizzonti morali non solo le generazioni future ma anche le molte forme di vita con cui condividiamo la casa comune.

Se spostiamo lo sguardo dalla diversità delle forme di vita all’elemento più semplice e insieme più misterioso del pianeta, l’acqua, la trama del mosaico si infittisce. L’acqua è, al tempo stesso, sostanza fisica, simbolo e legame: scorre nei nostri corpi, nei fiumi, negli acquedotti, nei testi sacri, nei gesti quotidiani più banali come aprire distrattamente un rubinetto. I rapporti delle Nazioni Unite ci ricordano che oggi circa 2,2 miliardi di persone non hanno accesso a servizi di acqua potabile gestiti in sicurezza e 3,6 miliardi non dispongono di servizi igienico-sanitari adeguati; all’incirca la metà dell’umanità sperimenta una forma di scarsità idrica grave per buona parte dell’anno. Non si tratta soltanto di un problema tecnico di infrastrutture insufficienti: in molte regioni, la domanda complessiva di acqua per usi agricoli, industriali e domestici ha superato la capacità di ricarica delle falde e dei bacini fluviali, generando situazioni di sovrasfruttamento cronico; altrove, la crisi si manifesta soprattutto come contaminazione, con corsi d’acqua saturi di sostanze tossiche, scarichi urbani non trattati, effluenti industriali, microplastiche, residui farmaceutici. A questo si aggiunge una trasformazione più profonda e meno visibile: il ciclo dell’acqua stesso sta diventando più erratico, con periodi di siccità prolungata alternati a precipitazioni brevi e intense, inondazioni improvvise, scioglimento accelerato di ghiacciai e nevi stagionali. I rapporti recenti dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale mostrano che negli ultimi anni circa due terzi dei grandi bacini fluviali globali hanno sperimentato condizioni idrologiche anomale, troppo secche o troppo umide, e che il 2024 è stato segnato da una successione di eventi legati all’acqua come alluvioni, frane, ondate di calore e siccità, che hanno causato migliaia di morti, decine di milioni di sfollati e danni economici enormi, come riportato in due importanti inchieste condotte dal The Guardian e dal Financial Time.

Dietro questi numeri si nasconde un’esperienza quotidiana di insicurezza: pozzi che si prosciugano, falde che si abbassano, villaggi che devono spostarsi perché le sorgenti si sono esaurite o perché la risalita del grado salino ha reso invasive le acque marine nelle falde costiere, famiglie povere che pagano l’acqua più dei ceti agiati perché non sono collegate a reti pubbliche e devono rivolgersi a fornitori informali. Non è un caso che il rapporto mondiale sullo sviluppo delle risorse idriche 2024 porti nel titolo le parole “prosperità” e “pace”: l’acqua è riconosciuta esplicitamente come fattore di coesione o di conflitto, come elemento che può alimentare tensioni nell’utilizzo concorrente: agricolo, urbano, industriale, energetico, fra territori a monte e a valle, fra paesi che condividono lo stesso bacino fluviale, fra comunità che vedono le proprie fonti di sostentamento minacciate da opere di captazione o da grandi dighe. L’Obiettivo 6 dell’Agenda 2030, che sancisce l’accesso universale all’acqua potabile sicura e ai servizi igienico-sanitari come diritto umano fondamentale, assume così un carattere chiaramente politico che si manifesta nel controllo delle sorgenti, nelle decisioni sulle priorità d’uso, nella determinazione dell’iter procedurale legato ai processi decisionali. In molte regioni del Sud globale, sono proprio le popolazioni più povere, spesso donne e bambini incaricati della raccolta quotidiana dell’acqua, a sopportare il peso maggiore della scarsità idrica e della contaminazione, mentre essi non hanno voce nei tavoli dove si decidono concessioni, investimenti e infrastrutture. La crisi dell’acqua, dunque, non è una semplice “mancanza” di risorsa: è una configurazione di poteri, di vulnerabilità, di diritti negati o riconosciuti solo formalmente.

Se la biodiversità ci parla della varietà delle forme di vita e l’acqua della continuità che ci lega, il suolo è il terzo elemento del mosaico che, più di tutti, rischiamo di dare per scontato. Lo calpestiamo ogni giorno senza vederlo davvero; lo pensiamo come superficie, come supporto neutro su cui costruire case, strade, campi coltivati; raramente lo concepiamo come ciò che è: un sistema vivente, complesso, lento, fatto di minerali, materia organica, acqua, aria e una stupefacente molteplicità di organismi viventi (batteri, funghi, radici, invertebrati, etc.) che compiono funzioni essenziali per la vita. La FAO ricorda che circa il 95% del cibo che mangiamo dipende, direttamente o indirettamente, dai suoli, e che circa un terzo dei suoli del pianeta è oggi degradato in misura moderata o grave. Una recente rassegna pubblicata su Annual Review of Environment and Resources nel 2024 conferma che circa il 33% dei suoli globali è moderatamente o altamente degradato e che in molte regioni le condizioni stanno peggiorando in fretta. Il sistema terra-acqua è al punto di rottura in vaste aree del pianeta; la triade suolo-acqua-biodiversità, che sostiene l’agricoltura, e quindi la sicurezza alimentare, è sottoposta a una pressione tale da mettere in discussione la capacità stessa dei territori di continuare a produrre cibo e garantire mezzi di sussistenza dignitosi. La degradazione dei suoli ha molte facce: c’è l’erosione visibile, che trasporta lontano la parte più fertile del terreno; c’è la perdita progressiva di sostanza organica, che rende il suolo meno capace di trattenere acqua e nutrienti; c’è la salinizzazione, spesso associata a irrigazione inefficiente in climi aridi; c’è la compattazione dovuta al passaggio ripetuto di macchinari pesanti; c’è l’impermeabilizzazione legata all’urbanizzazione, che sigilla i suoli sotto strati di cemento e asfalto; c’è la contaminazione chimica, che introduce nel terreno sostanze tossiche per la vita microscopica e per la salute umana. Ognuna di queste forme di degradazione è legata a politiche agricole spesso errate e a modelli di consumo eccessivi. È importante, allora, impegnarsi a non aumentare, nel complesso, la superficie di terre degradate, compensando ogni nuova perdita con interventi di ripristino altrove nell’immediato, e con progetti che prevedano azioni di recupero inserite direttamente nella fase autorizzatoria propedeutica allo sfruttamento, come parte strutturale del progetto stesso; nel quale sia previsto un congruo risarcimento per le comunità che pagano il prezzo dello sfruttamento intensivo in modo da ricevere almeno in parte i benefici degli investimenti della rigenerazione.

Messa così, la triade acqua-suolo-biodiversità appare meno come un elenco di “capitali naturali” da gestire e più come un insieme di relazioni che definiscono la nostra posizione nel mondo. Le relazioni tra esseri umani e natura non sono mai state neutrali: sono attraversate da rapporti di forza, da storie di espropriazione, ma anche da forme di cura, da legami affettivi, da rituali di riconoscimento. La modernità ha tendenzialmente tradotto questi legami in categorie economiche, trasformando la natura in “risorsa” e gli ecosistemi in “servizi” da contabilizzare; ma questa traduzione, pur utile a rendere visibile ciò che i mercati tendono a ignorare, rischia di oscurare dimensioni non misurabili del rapporto con il sistema-natura: il senso di responsabilità, di gratitudine, di limite condiviso. Hans Jonas, parlava di “sacro” non in senso confessionale, ma come ciò che non può essere ridotto a mero mezzo senza tradire qualcosa che appartiene alla nostra stessa umanità. Allo stesso modo, il sociologo Bruno Latour invita a ripensare la politica come arte di stabilire “composizioni” tra attori umani e non umani, allargando il cerchio di chi viene considerato nelle decisioni collettive.

In questa luce, il mosaico della crisi ecologica è anche un mosaico di ingiustizie in quanto i dati sulla distribuzione geografica della degradazione dei suoli, della scarsità idrica, della perdita di biodiversità mostrano che gli impatti più gravi si concentrano spesso in regioni già segnate da povertà, instabilità politica, fragilità istituzionale: zone aride dell’Africa subsahariana, regioni montane dell’Asia meridionale, piccole isole, periferie urbane dei paesi in via di sviluppo. Si tratta dei luoghi in cui piccoli agricoltori, comunità pastorali, pescatori artigianali dipendono direttamente dalla qualità dei suoli, delle acque e della biodiversità per sopravvivere; essi, purtroppo hanno meno accesso a capitali, tecnologie, mercati diversificati e sistemi di protezione sociale. Per loro la degradazione di un suolo, la scomparsa di una varietà tradizionale di semi, l’inquinamento di una sorgente non sono semplici perdite di servizi ecosistemici astratti, ma colpi inferti alla possibilità concreta di una vita dignitosa. Chi abita contesti più ricchi, invece, può compensare localmente queste perdite acquistando cibo prodotto altrove, importando acqua, ricorrendo a infrastrutture complesse. Insomma, le conseguenze immediate dei nostri modelli di produzione e consumo vengono spesso scaricate altrove, sia nello spazio che nel tempo.

La stessa cosa vale per il rapporto tra generazioni. I processi che stiamo innescando, in particolare quelli che riguardano il clima e la biodiversità, hanno inerzie temporali molto lunghe. Quando superiamo certe soglie di degradazione del suolo o di perdita di specie, non perdiamo solo una funzionalità attuale: compromettiamo la capacità delle generazioni future di avere a disposizione paesaggi fertili, cicli idrologici relativamente stabili, comunità ricche e resilienti. La “prosperità” di cui godiamo oggi, nella parte “ricca” del mondo, è spesso costruita su un consumo accelerato di capitali naturali accumulati in tempi lunghissimi, senza che chi ne beneficia si faccia carico dei costi che ricadranno sulle generazioni future. In termini filosofici, potrebbe dirsi che viviamo in una forma di “presentismo estrattivo”: l’orizzonte della decisione politica ed economica tende a restringersi al breve termine, mentre gli effetti di quelle scelte operano su scale temporali che eccedono di molto la durata di un mandato elettorale o di un ciclo di investimento.

E tuttavia, dentro questo mosaico non ci sono solo tessere che raccontano crisi: ci sono anche frammenti di transizione, esperienze che provano a ricucire il rapporto tra umanità e natura in chiave di cura. Le pratiche agroecologiche, come le rotazioni colturali, le coperture vegetali e la lavorazione minima, rappresentano un diverso modo di intendere il rapporto con la terra: non più come substrato da sfruttare al massimo fino all’esaurimento, ma come partner da cui dipende il futuro della famiglia, della comunità, del territorio. I progetti di ripristino di zone degradate, di riforestazione partecipata, di gestione comunitaria dei bacini idrografici sono altrettante forme di narrazione pratica di un’etica della responsabilità che non resta confinata nelle dichiarazioni internazionali, ma si traduce in gesti quotidiani, in decisioni collettive, in nuove istituzioni locali. In molti casi, sono proprio le comunità più vulnerabili a generare con maggiore radicalità queste esperienze perché sanno, nel senso più concreto del termine, che la loro sopravvivenza dipende dalla capacità di mantenere funzionali e abitabili i sistemi socio-ecologici in cui vivono.

Da un punto di vista concettuale, potremmo dire che ciò che distingue il “mosaico della crisi” dal “mosaico della transizione” non è la scomparsa dei problemi, ma il modo in cui essi vengono compresi e affrontati. Nel primo caso, acqua, suolo e biodiversità appaiono come tre settori separati di policy, affidati a ministeri diversi, a discipline diverse, a tavoli di esperti che raramente si parlano tra loro; nel secondo, essi vengono visti come tre linguaggi con cui la Terra ci parla, tre modalità in cui le nostre relazioni con la natura si rendono tangibili. Quando una specie si estingue, quando un fiume si prosciuga, quando un suolo si aridifica, stiamo ricevendo un messaggio sul tipo di società che abbiamo costruito, sulle priorità che abbiamo scelto, sui costi che abbiamo accettato di scaricare su altri. La sfida dello sviluppo sostenibile, allora, non è solo tecnica ma radicalmente etica: decidere quali forme di vita vogliamo rendere possibili, per chi, dove e quando; quali limiti siamo disposti a riconoscere come non negoziabili; quali relazioni vogliamo salvaguardare anche se non generano profitto immediato.

In questo senso, l’Agenda 2030, con i suoi Obiettivi su acqua, vita, povertà, disuguaglianze, pace e giustizia, può essere letta come il tentativo di dare una forma istituzionale a questa intuizione: non si può difendere l’acqua senza affrontare la scarsità idrica, non si può proteggere la biodiversità senza garantire giustizia alle comunità che abitano i territori più ricchi di vita, non si può rigenerare il suolo senza rimettere in discussione modelli agricoli che concentrano poteri e profitti in poche mani. Visto da vicino, il mosaico della crisi ecologica è anche un mosaico di opportunità per ridefinire cosa intendiamo per prosperità: non solo crescita del PIL, ma aumento della capacità collettiva di prenderci cura gli uni degli altri e della casa comune.

Forse è proprio questo il punto più intimo: acqua, suolo e biodiversità non sono “problemi ambientali” esterni a noi, da correggere perché minacciano la continuità dei nostri stili di vita; sono, in un certo senso, specchi in cui possiamo intravedere cosa siamo diventati e cosa potremmo ancora diventare. Nel modo in cui trattiamo l’acqua, come diritto o come merce, come bene comune o come esclusiva proprietà, si riflette la nostra idea di giustizia. Nel modo in cui consideriamo il suolo, come scarto da coprire, come base anonima su cui edificare o come tessuto vivente da custodire, si manifesta il nostro rapporto con il tempo, con la memoria e con il futuro. Nel modo in cui guardiamo alla biodiversità, come elenco di specie da catalogare, come potenziale economico da sfruttare o come comunità di esistenze con cui intrecciare relazioni di reciproco rispetto, si gioca, in ultima analisi, il nostro posto nella storia della vita sul pianeta. Non è poco, per tre elementi che spesso compaiono nei rapporti tecnici ed economici solo come variabili biologiche, geologiche e fisiche.

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