La politica climatica è politica industriale perseguita con altri mezzi?

La decisione del Consiglio Ambiente dell’UE, composto dai Ministri dell’Ambiente dei Paesi appartenenti all’UE, di fissare un obiettivo di riduzione del 90% delle emissioni nocive entro il 2040 (anno base il 1990) ampliando nel contempo gli spazi di flessibilità (più crediti extra-UE, dal 3% al 5%, con un potenziale di un ulteriore 5% in sede di revisione quinquennale) e rinviando al 2028 l’ETS2[*], illumina una verità spesso taciuta: la politica climatica è politica industriale perseguita con altri mezzi. Non si tratta di un semplice aspetto tecnico, ma di un vero e proprio riassetto istituzionale che ridefinisce la distribuzione di oneri e benefici nel tempo, tra territori, settori e famiglie, cercando un equilibrio dinamico tra coesione e ambizione.

 

La flessibilità come istituzionalizzazione del compromesso.

 

Chiamare “flessibilità” quel che è, a tutti gli effetti, architettura del consenso, aiuta a comprendere la scelta europea. L’aumento della quota di crediti internazionali e la previsione di revisioni ricorrenti, almeno quinquennali, non sono valvole di sfogo marginali, ma strumenti di governo della divergenza che esiste tra Paesi che hanno mix energetici, tessuti produttivi e preferenze sociali differenti. Il pacchetto viene approvato oggi per il semplice fatto che sposta nel futuro parte del costo della credibilità: quanto più la correzione è affidata a decisioni successive, peraltro discrezionali, tanto più gli investitori incorporano nel costo del capitale di progetti low-carbon il premio che scaturisce dal rischio regolatorio.

Questa è certamente una scelta razionale in un contesto di shock energetici e frizioni geopolitiche, in quanto massimizza la fattibilità immediata riducendo il vincolo d’impegno intertemporale. Ma proprio per questo richiede meccanismi che ne limitino gli effetti collaterali sull’investibilità della transizione.

 

L'ETS2 e la linea d’ombra distributiva.

 

Il rinvio dell’ETS2 produce effetti su due livelli.

A livello macroeconomico, contribuisce ad attenuare le pressioni inflazionistiche settoriali in una fase di raffreddamento dei prezzi.

A livello microeconomico, posticipa l’esposizione diretta dei consumatori a un prezzo esplicito del carbonio in due ambiti politicamente sensibili: l’abitazione e la mobilità. Questo consente di guadagnare tempo per sviluppare le infrastrutture necessarie (reti energetiche, sistemi di accumulo, pompe di calore), ma riduce la chiarezza degli incentivi. L’UE sceglie quindi una traiettoria capex-first, ossia favorire gli investimenti verso la decarbonizzazione, invece di una carbon-pricing-firstossia agire sulle emissioni attraverso la leva della tassazione delle attività inquinanti. È una scelta sicuramente sostenibile, purché accompagnata da segnali credibili sui tempi, sugli standard e sui meccanismi di supporto; in caso contrario, rischia di generare aspettative disomogenee e di ritardare gli investimenti.

 

Biocarburanti: neutralità tecnologica o vincolo dinamico?

 

Il riconoscimento dei biocarburanti nel paniere di decarbonizzazione favorisce il principio di neutralità tecnologica, evitando di cristallizzare ex ante un’unica traiettoria, quella dell’esclusiva mobilità elettrica. Ma la neutralità è credibile solo se fondata su compatibilità dinamica con l’elettrificazione e integrità ambientale lungo l’intero ciclo di vita (uso del suolo, gestione degli scarti di lavorazione e delle materie prime residuali, tracciabilità). In mancanza di metriche rigorose il “ponte” rischia di trasformarsi in un blocco infrastrutturale che sposta a domani l’inevitabile.

 

Leadership in bilico: dal numero all’istituzione

 

Le critiche delle ONG e dei centri studi centrano il punto: la severità degli obiettivi numerici è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Ciò che orienta davvero gli investimenti è la stabilità del percorso. La revisione quinquennale può funzionare in due modi: in chiave adattiva, aggiornando obiettivi e strumenti in base a costi e tecnologie, oppure in modo pro-ciclico, seguendo gli umori e i cicli della politica. La credibilità climatica è, in ultima analisi, una qualità istituzionale: dipende dall’esistenza di regole definite in anticipo, che automatizzano gli aggiustamenti sulla base di dati verificabili e limitano la rinegoziazione a momenti di reale necessità.

 

Un second-best consapevole

 

Il compromesso sul 2040 rappresenta un second-best: mantiene un livello elevato di ambizione climatica, riduce l’impatto sui settori più difficili da decarbonizzare e preserva la coesione tra i Paesi membri. Il rovescio della medaglia è una maggiore incertezza regolatoria nel medio periodo. Perché la flessibilità si traduca in affidabilità, la sfida non è fissare obiettivi più alti o più bassi, ma costruire istituzioni capaci di ancorare la politica a criteri oggettivi e contro-ciclici, riducendo il margine di oscillazione legato ai cicli politici.

 

Lo Standard Europeo di Affidabilità e Competitività 

 

Per spostare l’attenzione dalla quantità alla qualità della flessibilità, si propongono due scenari interconnessi.


1)    Un’Autorità indipendente per la Traiettoria Climatica.

Un organismo tecnico europeo, con mandato vincolante e misurabile, che definisca annualmente:

·       Le fasce obiettivo settoriali (con tolleranze esplicite) basate su budget di carbonio e indicatori di competitività;

·       un corridor di prezzo ETS/ETS2 (un meccanismo che stabilisce un limite minimo e massimo al prezzo dei permessi di emissione di CO₂) su un orizzonte triennale;

·       i parametri di flessibilità

Il Consiglio può discostarsi dall’ATC solo con motivazione pubblica e analisi d’impatto: dalla flessibilità “negoziata” alla flessibilità giustificata.

2)    Una Banca Europea del Rischio di Transizione

La Banca opererebbe su tre rischi:

·       Prezzo energia: polizze che si attivano quando il differenziale UE-USA (o UE-OCSE) supera soglie predefinite, compensando parte dei costi operativi dei settori esposti.

·       Rischio di policy: Contratti per differenza europei (EU-CfD) con limiti minimo e massimo di prezzo (floor e cap) definiti ex ante e pensati per sostenere gli investimenti in rinnovabili, idrogeno, batterie ed efficienza energetica avanzata.

·       Rischio di domanda: garanzie sugli acquisti verdi da parte delle Pubbliche amministrazioni per materiali a basse emissioni (acciaio, cemento, ceramica, carta).

La dotazione proverrebbe da entrate ETS con vincolo pluriannuale.

3)    I Contratti Europei di Traiettoria Territoriale (CETT)

La transizione si gioca anche nei territori rappresentati dalle regioni, dai distretti industriali e dalle città, dove coesistono competenze, vincoli di rete e mercati del lavoro locali. Si rende necessario, allora, utilizzare un ulteriore strumento: i Contratti Europei di Traiettoria Territoriale (CETT). Si tratta di accordi quinquennali e vincolanti fra Commissione, Stato membro e coalizioni locali (regioni, distretti, utility, imprese, sindacati, università) che scambiano risultati misurabili con diritti regolatori e finanziari ottenendo i seguenti vantaggi:

·       Spostare l’asse dalla regolazione uniforme alla politica industriale dei luoghi, dove si risolvono i colli di bottiglia reali (permessi, connessioni, manodopera, subforniture).

·       Finanziare risultati e non gli input di spesa

·        Costruire una catena di responsabilità che rende il 2040 la somma di traiettorie locali verificabili.

·       Integrare competitività e coesione in quanto premia non solo il taglio di CO₂, ma anche la produttività verde e la qualità dell’occupazione, allineando obiettivi ambientali e sociali.



[*] L’ ETS è il Sistema di Scambio delle Emissioni dell’Unione Europea, operativo dal 2005; esso costituisce oggi il principale mercato del carbonio a livello globale. Si fonda sul meccanismo del “Cap and trade” che stabilisce un limite massimo alle emissioni di CO₂ per i settori più inquinanti come, ad esempio, la produzione di energia elettrica e di calore, l'industria manifatturiera, le raffinerie di petrolio, le acciaierie e l'aviazione civile. Il funzionamento è il seguente: a ciascuna impresa vengono attribuite quote di emissione; quelle che producono meno anidride carbonica possono vendere le quote non utilizzate, mentre chi eccede i limiti deve acquistarne di aggiuntive o pagare una sanzione. Con la creazione dell’ETS2, elemento centrale del pacchetto climatico “Fit for 55”l’Unione Europea si propone di tagliare del 55% le emissioni nette entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990, e di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Il nuovo sistema sarà rivolto soprattutto ai settori dei trasporti e dell’edilizia, che insieme generano circa il 40% delle emissioni totali europee, assumendo quindi un ruolo determinante nel percorso verso gli obiettivi ambientali dell’UE. L’ETS2 manterrà la logica del “Cap and trade”ma si applicherà ai fornitori di carburanti destinati ai settori coinvolti. Essi dovranno acquistare e restituire quote di emissione proporzionali alla quantità di combustibile immessa sul mercato, favorendo così una progressiva e controllata riduzione delle emissioni di CO₂

 

Commenti

Post popolari in questo blog

LA SUOCERA NE SA SEMPRE UNA PIU' DEL DIAVOLO...O NO?!

Intelligenza Artificiale: quando perseverare nell’errore non è diabolico, è stupido.

Ripensare le aree interne: dalla rassegnazione alla rinascita. Cinque impegni concreti.

Economia circolare e bioeconomia: modelli per il futuro di una transizione sostenibile

Cosa hanno in comune un treno fuori controllo e le decisioni politiche globali sul cambiamento climatico?

Lavoro dignitoso e transizione giusta

Economia comportamentale come piattaforma dello sviluppo sostenibile: guidare le scelte, senza essere eroi.

Acqua, suolo e biodiversità: il mosaico della crisi ecologica.

Il ruolo dei governi locali e delle città nello sviluppo sostenibile.

Analisi negoziale: i dazi imposti da Trump e la risposta debole dell’Unione Europea.