UNA DONNA MOLTO BELLA, UN UOMO MOLTO RICCO E LA TEORIA DEI GIOCHI
In Internet circola da anni una gustosa storiella (veramente accaduta), ed è questa: nell’ottobre 2007 apparve su un sito di annunci on-line di New York un annuncio di una donna di 25 anni che si definiva “spettacolarmente bella” e cercava un uomo da sposare ma che guadagnasse almeno 500.000 dollari l’anno. Un anonimo rispose trattando la proposta come un investimento e definendo la donna un “bene che si deprezza nel tempo”. Secondo l’agenzia di stampa internazionale Reuters, che documentò tutto, il presunto pretendente rispose all’annuncio con tono freddo e razionale più o meno con queste parole: Ho letto il tuo annuncio con interesse e vorrei analizzare la tua richiesta in qualità di investitore professionista. Il mio reddito annuo totale è di oltre 500.000 dollari, il che corrisponde perfettamente alle tue esigenze; dal mio punto di vista, però, sposarti è una cattiva decisione perché seppure, a prima vista, sembrerebbe un accordo del tutto equo (bellezza in cambio di denaro), in realtà non lo è in quanto la tua bellezza tra qualche anno sfiorirà mentre il mio denaro, con buone probabilità aumenterà ogni anno e comunque non è sicuro che diminuirà a differenza della tua bellezza che, dipendendo dal tempo, certamente sfiorirà.
Il ragionamento sembra a prima vista brillante, certamente cinico, ma tutto sommato accettabile dal punto di vista economico, se visto dalla parte dell’uomo. In realtà, proprio dal punto di vista economico e secondo la Teoria dei giochi, questo ragionamento è molto meno solido di quanto appaia. Vediamo perché.
Il primo errore è concettuale. Il denaro e la bellezza non appartengono alla stessa categoria economica. Il denaro è uno strumento: serve a soddisfare bisogni, acquistare beni, ridurre vincoli, aumentare libertà e sicurezza. La bellezza, invece, è una caratteristica personale: non è un mezzo di scambio in senso stretto, ma un attributo che contribuisce all’attrattività, alla percezione sociale, al desiderio, alla relazione. Trattare il denaro e la bellezza come due asset perfettamente comparabili è dunque una prima forzatura. È un po’ come confrontare una chiave e una qualità del carattere: entrambe possono avere valore, ma non nello stesso modo.
Il secondo errore è ancora più rilevante: non si dovrebbe ragionare in termini di profitto assoluto, ma di utilità marginale. In economia conta molto meno la quantità assoluta di una risorsa e molto di più l’utilità che un’unità aggiuntiva di quella risorsa è in grado di produrre.
Per il denaro, il principio è noto: l’utilità marginale è decrescente. I primi soldi soddisfano bisogni fondamentali; i successivi migliorano il comfort; quelli oltre una certa soglia aggiungono soprattutto opzioni, status o lusso. Ma il salto di benessere prodotto da un euro in più tende via via a ridursi. In termini semplici ed intuitivi: passare da 1.000 a 2.000 euro al mese cambia molto; passare da 500.000 euro a 501.000 euro cambia pochissimo; l’aumento è sempre di 1.000 euro ma l’utilità aggiuntiva è di gran lunga inferiore.
Non vi è alcuna ragione economica, invece, per supporre che la riduzione della bellezza produca una diminuzione dell’utilità marginale, in termini relazionali, direttamente proporzionale alla sua variazione. La bellezza è soltanto una delle caratteristiche che entrano nella funzione di utilità associata al partner e, nel corso di una relazione, il suo peso relativo può essere affiancato o sostituito da altre caratteristiche. In altre parole, l’aumento di denaro oltre una certa soglia produce un incremento molto piccolo di utilità, mentre la bellezza, pur sfiorendo col tempo o variando in intensità, continua a generare un valore relazionale, simbolico e sociale che non si esaurisce con la stessa rapidità.
Da qui deriva un ribaltamento importante. L’uomo della storiella ragiona così:
- il mio denaro aumenta;
- la tua bellezza diminuisce;
- dunque il mio “valore” cresce e il tuo cala.
Ma questa conclusione è economicamente impropria. Perché ciò che conta non è l’andamento dello stock di denaro o dello stock di bellezza, bensì l’andamento della loro utilità marginale.
Una formulazione più corretta sarebbe questa: il denaro può aumentare come quantità disponibile, ma la sua utilità marginale tende a ridursi fortemente; la bellezza può diminuire come attributo fisico, ma la sua utilità marginale può ridursi più lentamente anche perché sostituibile da altre caratteristiche qualitative (glamour, cultura, fascino, carisma, etc.).
Il punto, quindi, non è cosa “vale di più” in termini assoluti, ma quale utilità aggiuntiva ciascuna risorsa produce all’interno della relazione.
Ed è qui che entra in scena la teoria dei giochi.
La risposta dell’“investitore” considera il matrimonio come uno scambio statico: bellezza contro denaro. Ma una relazione è un gioco ripetuto, non una transazione istantanea. Nei “giochi ripetuti” i payoff (guadagni) non dipendono solo dalle dotazioni iniziali dei giocatori, bensì da ciò che i giocatori costruiscono nel tempo cooperando.
Se indichiamo con (Ut) l’utilità al tempo (t), una relazione non vale solo per la bellezza iniziale o per il reddito iniziale, ma per la somma attualizzata di tutti i payoff futuri: fiducia, stabilità, reputazione, affetto, coordinamento, progetti comuni, capitale familiare, conoscenza reciproca. In altri termini, la relazione può generare un capitale relazionale specifico, che non esisteva all’inizio e che nessuno dei due possedeva da solo.
Questo cambia radicalmente il quadro. In teoria dei giochi, una coppia è stabile quando, per entrambi, il valore atteso del continuare a cooperare è superiore al valore dell’abbandonare il gioco e scegliere la migliore alternativa disponibile. La domanda giusta non è dunque: “Chi dei due si apprezza di più nel tempo?”, ma piuttosto: “Per ciascuno dei due, restare nella relazione continua a produrre più utilità che uscirne?”
Possiamo allora vedere la questione in modo diverso.
L’uomo della storiella osserva l’aumento potenziale del proprio denaro, ma trascura tre fattori decisivi:
Primo: il denaro, oltre una certa soglia, perde molta della propria forza marginale.
Secondo: la bellezza, pur essendo anch’essa soggetta a utilità marginale decrescente, può mantenere una rilevanza relativamente più elevata.
Terzo: nel gioco ripetuto della relazione emerge un surplus cooperativo che non è riducibile né al denaro né alla bellezza.
In questo senso, l’affermazione dell’uomo è meno “scientifica” ed “economica” di quanto sembri. Non descrive un equilibrio economico; descrive piuttosto un modo rozzo di osservare il valore, basato su grandezze assolute invece che su payoff, utilità marginali e dinamiche strategiche.
La teoria dei giochi suggerisce allora una conclusione molto più interessante: una relazione non è conveniente perché uno porta soldi e l’altra bellezza, ma perché insieme possono generare un’utilità complessiva superiore alle alternative individuali. L’equilibrio non nasce dal confronto fra due patrimoni, uno monetario e uno estetico, ma dalla convenienza reciproca della cooperazione nel tempo.
Il vero errore dell’“investitore” non è dire che la bellezza possa sfiorire. È credere che questa osservazione basti a decidere il valore economico di una relazione. In realtà, anche ammettendo che la bellezza diminuisca e che la ricchezza aumenti, la conclusione non è conseguenziale. Perché ciò che conta, sia in economia che nei giochi strategici, non è il possesso assoluto delle risorse, ma il loro contributo al guadagno dei giocatori e il valore che la cooperazione riesce a produrre.
In definitiva: il denaro è uno strumento, la bellezza è una caratteristica; il primo va valutato attraverso la sua utilità marginale, non attraverso il suo ammontare assoluto; la seconda va valutata non come un “asset che si consuma”, ma come una componente di un payoff relazionale più ampio. La teoria dei giochi completa il ragionamento: la stabilità di una relazione non dipende da chi si apprezza o si deprezza in astratto, ma dal fatto che, nel tempo, la cooperazione continui a essere per entrambi la strategia migliore.
Essere ricchi o poveri ed essere belle o brutte non conta; quello che conta, e ce lo dimostra la scienza economia e la teoria dei giochi, è la cooperazione che può trasformare uno scambio, una relazione e perfino un conflitto, da un gioco a somma zero a un gioco a somma positiva. Anche nella prospettiva negoziale, la relazione non dovrebbe essere interpretata come un semplice scambio distributivo, nel quale il guadagno di una parte corrisponde necessariamente alla perdita dell’altra. La negoziazione può infatti creare valore attraverso la ricerca di interessi compatibili, la cooperazione e la costruzione di soluzioni reciprocamente vantaggiose.
La bibliografia essenziale:
Becker (1973); Becker, Landes & Michael (1977); Nash (1950); Fudenberg & Maskin (1986); Layard, Mayraz & Nickell (2008); Bjerk (2009); Hamermesh & Biddle (1994); Raccio (2024).
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