Relativismo, assolutismo e pluralismo nella sostenibilità


Un tema centrale, quanto si parla di sostenibilità è legato al concetto stesso di “sostenibile”; in questo senso, la domanda da porsi è se sia possibile parlare di una nozione universale di sostenibilità o esistano interpretazioni culturalmente e storicamente diverse determinate sulla base di elementi sociali, etici, culturali, locali e legislativi specifici. Da una analisi approfondita emergono tre possibili prospettive principali.
Prospettiva relativista: la sostenibilità è un concetto modellato da contesti storici, geografici e culturali. Non esiste un significato univoco, ma un ventaglio di accezioni che riflettono priorità economiche, identità collettive e regimi di conoscenza locali. Saperi indigeni, pratiche contadine, tecnoscienze e strumenti economici generano configurazioni diverse di ciò che è considerato “sostenibile”. Questa prospettiva comporta il fatto che se i fini della sostenibilità variano, le politiche devono essere disegnate attraverso processi deliberativi sensibili al contesto (es.: pianificazione partecipata e governance policentrica). La stessa misura può avere esiti opposti: l’espansione di energie rinnovabili è sostenibile in un contesto di proprietà diffusa e benefici locali, ma può risultare insostenibile dove produce land grabbing. Il relativismo evita il “monocentrismo” definitorio, tuttavia può scivolare in una paralisi decisionale in quanto, senza criteri minimi condivisi, non possono essere adottate pratiche che, pur sostenute localmente, generano esternalità a livello globale; si pensi, ad esempio, alla deforestazione legata alla creazione di catene di valore in loco: essa può certamente avere vantaggi a livello locale ma comporterebbe sicuri svantaggi a livello globale.
Prospettiva assolutista: esiste un nucleo di valori e principi universali, fondati su basi scientifiche, ad esempio i limiti planetari e le valutazioni del­l’IPCC, a cui ogni società deve conformarsi e per tale motivo la sostenibilità è vincolata da condizioni biofisiche non negoziabili. L’universalismo non pretende uniformità di mezzi, ma afferma l’esistenza di fini minimi imprescindibili, si pensi, ad esempio, alla decarbonizzazione compatibile con gli obiettivi climatici e la salvaguardia della funzionalità degli ecosistemi. Questa prospettiva comporta il fatto che l’assolutismo motiva standard globali, metrichecomparabili e responsabilità differenziate ma comuni. È la base per strumenti come bilanci emissivi, tassonomie della finanza sostenibile, obiettivi di conservazio­ne su scala planetaria; secondo la presente visione l’assenza di questi riferimenti insieme all’assenza di cooperazione internazionale si disarticola in azioni di “free riding”. La chiarezza dei vincoli, infatti, riduce l’arbitrarietà e tutela i beni comuni globali, tuttavia il rischio che si corre è legato evidentemente alla “cecità al contesto”: standard calati dall’alto possono ignorare, ad esempio, la giustizia procedurale e le conoscenze locali. Per tali motivi, in assenza di una dimensione etico-politica attenta all’equità e alla transizione giusta, l’universalismo può produrre nuove forme di ingiustizia sia ecologica che sociale.
Prospettiva pluralista: Il pluralismo riconosce la validità di principi universali e la legittimità della diversità culturale e territoriale. Mira a una composizione istituzionale che tenga insieme vincoli biofisici e pluralità di valori, mediante un dialogo inclusivo ed un adattamento locale. I principi universali fungono da “oggetti di confine” che consentono una forte cooperazione tra mondi sociali diversi mantenendo, al contempo, le dovute traduzioni locali.
Il pluralismo, che è pragmatico in quanto rende implementabili i principi universali rompendo la falsa dicotomia tra relativismo e assolutismo, richiede tuttavia capacità istituzionale, tempo deliberativo e attivazione delle dovute infrastrutture di conoscenza al fine di evitare il rischio di ridursi a retorica partecipativa. Esso si sviluppa attraverso tre filoni:

    la sussidiarietà ecologica, che consiste nel fissare a livello sovralocale gli obiettivi minimi (es.: budget emissivi, no-net-loss di biodiversità, etc.) e demandare ai livelli locali la scelta dei mezzi per raggiungerli;

    la giustizia climatica, che consiste nella distribuzione degli oneri secon­do responsabilità storiche e capacità di ottemperamento attuali;

    il policentrismo, rappresentato da molteplici centri decisionali coordinati come: comunità energetiche, autorità locali, Stati sovrani, organismi internazionali.




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