Sei bella davvero o lo sembri soltanto? Quando è la percezione a guidare le nostre scelte.
Viviamo in un mondo in cui la percezione può contare più della realtà; che si tratti, ad esempio, di mercati finanziari, negoziazioni o elezioni politiche, spesso l’opinione pubblica si forma e si muove non sulla base dei fatti, ma su come questi ultimi vengono raccontati, condivisi e manipolati.
J.M. Keynes, in una celebre opera The General Theory of Employment, Interest and Money, aveva già colto questa dinamica quasi un secolo fa, paragonando il funzionamento del mercato azionario a un concorso di bellezza.
Egli afferma che in un concorso di bellezza i partecipanti non votano la concorrente che secondo loro è la più bella ma quella che pensano che gli altri voteranno come la più bella, con la conseguenza che non vincerà la ragazza oggettivamente più bella, ma quella che i partecipanti alla votazione considerano che gli altri ritengano sia la più bella.
Un gioco mentale, un processo speculativo che, secondo Keynes, rappresenta proprio il comportamento degli investitori nei mercati finanziari. È un gioco di percezioni, non di preferenze personali, dove non vince la bellezza reale, ma quella percepita come più condivisa.
Quando la percezione vale più della realtà.
Nel contesto del mercato azionario, dice Keynes, questa logica si traduce spesso in un comportamento non del tutto razionale tale per cui le decisioni non vengono prese sulla base di analisi su fondamentali economici di carattere oggettivo, ma su aspettative, mode e... rumors.
Questo principio si traduce in una corsa a indovinare le mosse degli altri investitori, più che a valutare le reali caratteristiche economiche di un’azienda; insomma, può accadere che un titolo può salire di valore non perché l’azienda sia solida, ma perché tutti credono che altri la considereranno tale.
Si tratta di un meccanismo che apre la porta a forti distorsioni: azioni sopravvalutate, bolle speculative, corse all’oro sull’onda dell’emotività, proprio come sta accadendo in questo periodo in alcuni settori. Il tutto è alimentato dalla “narrazione”, più che dalla “valutazione”.
L’impatto delle fake news: quando "bella" è solo illusione.
In un ecosistema dominato dalla velocità delle informazioni, le fake news amplificano questo automatismo. Una notizia falsa o manipolata può creare una percezione diffusa di “bellezza” attorno a un’azione, un’azienda o un settore e, se abbastanza persone ci credono, quella percezione inizia a muovere il mercato e a diventare “vera”. Non importa se la notizia sia reale o meno: importa che venga creduta vera da una massa critica di investitori. Si tratta di una esaltazione della verosimiglianza sulla verità.
Elezioni politiche: quando la democrazia diventa un concorso di bellezza.
Lo stesso meccanismo si osserva anche nel campo politico. Le campagne elettorali moderne non si vincono con programmi solidi e visioni coerenti, ma con la capacità di apparire convincenti e desiderabili agli occhi della massa. Anche le elezioni, dunque, sono diventate un grande concorso di bellezza keynesiano dove le fake news giocano un ruolo cruciale.
Gli elettori sono costantemente tempestati da narrazioni distorte, slogan emotivi ben costruiti, strategia social volte ad intercettarne l’umore al fine di creare una percezione che diventi realtà elettorale.
Il rischio dell’effetto specchio.
Il pericolo è evidente: come in una stanza piena di specchi, ognuno guarda cosa fanno gli altri e agisce di conseguenza, perdendo il contatto con la realtà.
La razionalità collettiva si dissolve nell’emotività.
La paura di rimanere indietro, l’idea che “se tutti comprano, ci sarà un motivo”, e la forza virale dell’informazione, vera o falsa che sia, ci spingono verso comportamenti che non si basano su fatti, ma su “interpretazioni collettive” di essi.
Come si esce dall’incantesimo?
In questo contesto ci si deve porre sempre queste domande fondamentali:
¨ sto trattando sul valore reale, o su quello percepito?
¨ Sto vedendo qualcosa di solido, o solo una narrazione credibile?
Insomma, sogno o son desto? Avrebbe detto René Descartes.
Comprendere il peso della percezione è essenziale, ma non basta: occorre anche imparare a riconoscere quando una bellezza è autentica e quando è solo un trucco mediatico. Perché il valore percepito di una persona, un investimento, un’azienda, può certamente salire grazie al “trucco” mediatico ma è solo la “sostanza” che lo sostiene in alto nel lungo periodo.
La metafora del concorso di bellezza di Keynes non è solo un elegante esercizio teorico, dunque, ma una chiave di lettura potente per interpretare la realtà di oggi.
Capire che i mercati, le elezioni, le negoziazioni sono tutti giochi di percezioni condivise, spesso distorte, è il primo passo per tornare a scegliere con più lucidità.
Saper distinguere tra ciò che è davvero bello e ciò che lo sembra soltanto è una competenza strategica per chiunque voglia navigare in un mondo in cui l’apparenza può ingannare e le fake news possono decidere il valore di un’azione, l’esito di una trattativa e, persino, il futuro di una Nazione.
Infine: non sappiamo se tra le intenzioni di Keynes ci fosse anche quella di sollevare l’umore alle ragazze un po’ bruttine; ma qualora fosse... non sarebbe stata una cattiva idea.
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